Platone: Individuo e Stato (parte seconda)

Nei precedenti articoli ho già trattato di cos’è la filosofia politica della concezione di Stato nella storia della filosofia politica e, nel primo articolo su Platone, ho dato alcuni cenni biografici per collocarlo nel suo contesto storico e parlato della sua concezione di Stato e di “bene comune”, ora affronteremo la sua concezione di Individuo e Stato.

Platone e la concezione organicistica della comunità politica: l’analogia tra l’individuo e lo Stato 

Secondo la concezione di Platone ciò che conta in uno Stato non è l’individuo con i suoi diritti, ma la funzionalità dello Stato stesso, perché egli dimostra, ne “La Repubblica”, che “ogni arte controlla e domina l’oggetto a cui si applica…” eppure fa l’interesse dell’oggetto stesso e non il proprio.

Potremmo definire “organicistica” la sua concezione di Stato, nel senso che all’interno dello Stato devono esserci diversi organi funzionanti e funzionali all’intero organismo.

Non dobbiamo immaginare che per questo, però, Platone abbia la visione di uno Stato rigidamente diviso in classi gerarchiche da cui un individuo non possa emergere.

In questo tipo di società spariscono i privilegi ma non ci sono neanche svantaggi di classe ereditari.

Le funzioni sono distribuite in base alle attitudini, non a privilegi o svantaggi acquisiti per nascita.

Platone ci parla di tre razze distinte:

  • una “aurea”: i filosofi-governanti;
  • una “argentea”: i difensori;
  • una “bronzea“: i tecnici

ma è afferma che si possa nascere dalla classe dei lavoratori e avere le capacità della razza aurea.

In quest’ottica di divisione di classi (nel senso di compiti, non certo di privilegi), Platone vede anche la giustizia: essa è presente in uno Stato quando ognuna delle classi che lo compongono compie il suo dovere senza cercare di prevaricare l’altra.

Questa concezione di Stato ha dato adito a diverse interpretazioni.

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Platone: totalitarista o utopistico?

Qualcuno l’ha definita una concezione utopica, altri vi hanno intravisto sinistri segnali di una struttura totalitaria e totalizzante.

È, in effetti, una visione utopica nel senso che si tratta di un’Idea di Stato in cui possiamo trovare forti segnali di egualitarismo.

D’altro canto la concezione organicistica dello Stato e l’assoluta mancanza di potere decisionale dal basso nella concezione platonica, possono evidentemente essere considerate manifestazioni di totalitarismo.

Altro aspetto da considerare in questo rapido viaggio nella concezione di Stato di Platone, è l’idea che lo Stato debba controllare in maniera molto rigida l’Istruzione e l’Arte.

L’Istruzione allena lo spirito, forma e educa l’individuo, e l’Arte ne alleggerisce lo spirito e defatica la mente.

Allo stesso tempo, però, lo Stato non deve permettere che tramite l’Arte o l’Istruzione vengano infuse nell’individuo idee e nozioni che sminuiscano in qualche modo tutti quei concetti tramite i quali lo Stato stesso ha ritenuto opportuno educare i cittadini.

Platone trattò queste tematiche ne “La Repubblica”.
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Successivamente, dopo esperimenti fallimentari tentati a Siracusa, rivide (vedi “Le Leggi) alcune delle sue posizioni, in particolare per quanto riguarda l’abolizione della famiglia per i governanti e per i difensori e l’abolizione della proprietà privata per queste stesse classi.

Infine intuì che, anziché filosofi-re, dovessero esistere leggi e sanzioni penali.

Un filo conduttore che lega comunque il pensiero di Platone pre e post esperienza siracusana, è il controllo dei comportamenti.

Egli ritiene, infatti, che i filosofi o le leggi servano per infondere nell’individuo, tramite istruzione, educazione o persuasione, i concetti necessari a che la vita e lo sviluppo di uno Stato possano proseguire in maniera sana, pacifica e giusta.

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Ne “Le Leggi”, la sua idea di Stato si fa veramente totalitaria quando arriva ad affermare la necessità di una sorta di “religione di Stato” che possa e debba controllare e far rispettare con tutti i mezzi possibili le leggi e la morale dello Stato.

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